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IL SEGRETO DI NAZARETH

1.     Venne fra i suoi. Perché la famiglia deve scegliere uno stile di vita? Quali sono i nuovi stili di vita per la famiglia di oggi circa il lavoro e la festa? «Venne fra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto. A quanti, però, lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome». La Parola eterna parte dal seno del Padre, viene tra la sua gente ed entra in una famiglia umana. Però i suoi non lo accolgono, anzi lo tolgono di mezzo. Il mistero del rifiuto di Gesù di Nazareth si colloca nel cuore della sua venuta tra noi. A coloro che lo accolgono, però, «ha dato il potere di diventare figli di Dio». Gesù domanda che la famiglia sia luogo che accoglie e genera la vita in pienezza. Essa non dona solo la vita fisica, ma apre alla promessa e alla gioia. La famiglia diventa capace di «accogliere» se sa preservare la propria intimità, la storia di ciascuno, le tradizioni familiari, la fiducia nella vita, la speranza nel Signore. La famiglia diventa capace di «generare» quando fa circolare i doni ricevuti, quando custodisce il ritmo dell’esistenza quotidiana tra lavoro e festa, tra affetto e carità, tra impegno e gratuità. Questo è il dono che si riceve in famiglia: custodire e trasmettere la vita, nella coppia e ai figli. La famiglia ha il suo ritmo, come il battito del cuore; è luogo di riposo e di slancio, di arrivo e di partenza, di pace e di sogno, di tenerezza e di responsabilità. Il lavoro non può rendere deserta la casa, ma la famiglia dovrà imparare a vivere e a coniugare i tempi del lavoro con quelli della festa. Un primo passo in questa direzione è vedere come abitiamo la casa, cosa facciamo nel nostro focolare. Bisogna osservare com’è la nostra dimora e considerare lo stile del nostro abitare, le scelte che vi abbiamo fatto, i sogni che abbiamo coltivato, le sofferenze che viviamo, le lotte che sosteniamo, le speranze che nutriamo.

2.     Il segreto di Nazareth. In questo villaggio della Galilea, Gesù vive il periodo più lungo della sua vita. Gesù diventa uomo: si fa uno di noi, entra in una famiglia umana, vive trent’anni di assoluto silenzio che diventano rivelazione del mistero dell’umiltà di Nazareth. Nazareth è il luogo per crescere in sapienza e grazia di Dio, nel contesto di una famiglia che accoglie e genera. «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui». Il mistero di Nazareth ci dice in modo semplice che Gesù, la Parola che viene dall’alto,  il Figlio del Padre, si fa bambino, assume la nostra umanità, cresce come un ragazzo in una famiglia, vive l’esperienza della religiosità e della legge, la vita quotidiana scandita dai giorni di lavoro e dal riposo del sabato, il calendario delle feste. Il «figlio dell’Altissimo» veste i panni della fragilità e della povertà. “E Gesù cresceva in sapienza, età (maturità) e grazia davanti a Dio e agli uomini». Ecco il mistero profondo di Nazareth: Gesù, la Parola di Dio in persona, si è immerso nella nostra umanità per trent’anni. Le parole degli uomini, le relazioni familiari, l’esperienza dell’amicizia e della conflittualità, della salute e della malattia, della gioia e del dolore sono diventati i linguaggi stessi di Gesù. Anche noi siamo cresciuti e cresciamo in una famiglia umana, dentro legami di accoglienza che ci fanno crescere e rispondere alla vita e a Dio. Anche noi diventiamo ciò che abbiamo ricevuto. Il mistero di Nazareth è l’insieme di tutti questi legami: la famiglia e la religiosità, le nostre radici e la nostra gente, la vita quotidiana e i sogni per il domani. L’avventura della vita umana parte da ciò che abbiamo ricevuto: la vita, la casa, l’affetto, la lingua, la fede.

 LA FAMIGLIA GENERA LA VITA

1.      Maschio e femmina li creò. Perché Dio ha creato l’uomo e la donna? Perché ha voluto che nella coppia umana, più che in ogni altra creatura, brillasse la sua immagine? L’uomo e la donna che si amano, con tutto se stessi, sono la culla che Dio ha scelto per deporvi il Suo amore, affinché ogni figlio e ogni figlia che nascono al mondo possano conoscerlo, accoglierlo  e viverlo, di generazione in generazione, dando lode al Creatore. Nelle prime pagine della Bibbia si illustra il bene che Dio ha pensato per le sue creature. Dio ha creato l’uomo e la donna pari nella dignità eppure differenti: maschio l’uno, femmina l’altra.

2.      Non è bene che l’uomo sia solo. Per colmare la solitudine di Adamo, Dio crea per lui «un aiuto che gli corrisponda». Creando la donna quale aiuto che gli corrisponde, Dio sottrae l’uomo alla cattiva solitudine che mortifica, e lo inserisce nell’alleanza che dà vita. L’uomo non è chiamato alla solitudine, ma alla relazione. La famiglia, gli amici, la comunità sono i luoghi privilegiati in cui si impara ad amarsi vicendevolmente.

3.      I due saranno un’unica carne. Quando Adamo vede davanti a sé la donna, l’uomo pronuncia parole di meraviglia, riconoscendo in lei la grandezza di Dio e la bellezza degli affetti. Alla comunione ricca di stupore, gratitudine e solidarietà di un uomo e di una donna Dio affida la sua creazione. Alleandosi nell’amore essi diventeranno nel tempo un’«unica carne». Nella famiglia ci deve essere meraviglia, accoglienza, dedizione, sollievo all’infelicità e alla solitudine, alleanza e gratitudine per le opere meravigliose di Dio. E così la famiglia si fa terreno buono dove la vita umana viene seminata, germoglia e viene alla luce.

LA  FAMIGLIA  VIVE  LA  PROVA

1.    Un angelo apparve in sogno a Giuseppe. Prima o poi, in vari modi, la vita di famiglia viene messa alla prova. Allora si richiede saggezza, discernimento e speranza, tanta speranza, talvolta oltre ogni umana evidenza. La sofferenza, il limite e il fallimento fanno parte della nostra condizione di creature, segnata dall’esperienza del peccato, rovina di ogni bellezza, corruzione di ogni bontà. Questo non significa che siamo destinati a soccombere; anzi, l’accettazione di questa condizione ci sprona a confidare nella presenza benevola di Dio che sa far nuove tutte le cose.

Il brano evangelico descrive con toni drammatici il viaggio di una famiglia, quella di Gesù, apparentemente simile a molte altre: il piccolo è in pericolo, si deve subito, nottetempo, intraprendere il viaggio verso una terra straniera. La giovane famiglia si trova così costretta a incamminarsi per una strada imprevista, complicata, inquietante. È quanto succede anche oggi a molte famiglie, costrette a lasciare le loro abitazioni per poter offrire ai loro piccoli un contesto di vita migliore e per sottrarli ai pericoli del mondo circostante. Forse, però, il racconto della fuga in Egitto allude a una vicenda più universale, che tocca tutte le famiglie: la necessità di intraprendere il viaggio che conduca i genitori verso la loro maturità e i figli all’età adulta, nella consapevolezza della loro vocazione; ciò che, non di rado può avvenire a prezzo di decisioni anche dolorose. È il viaggio del fare famiglia, del generare ed educare i figli, cammino arduo, difficile, impegnativo in cui le tante difficoltà da cui nessuna famiglia è preservata, possono talvolta scoraggiare.

Nella semplicità del suo cuore, Giuseppe, sa intravvedere il piano di Dio e cogliere negli avvenimenti della vita di famiglia la mano divina. È fondamentale saper «ascoltare gli angeli», discernere spiritualmente gli eventi e i momenti della nostra vita familiare, perché siano sempre curate, favorite, guarite le relazioni. La famiglia, infatti, vive di buone relazioni, di sguardi positivi gli uni per gli altri, di stima e di rassicurazione reciproche, di difesa e protezione: da questo clima derivano l’attento discernimento e la pronta decisione che mette in salvo la vita di un figlio. Ciò vale per ogni famiglia, per quelle che vivono una concreta situazione di pericolo, ma anche per quelle che sono in situazioni apparentemente più sicure: i genitori devono rimanere rivolti alla vita buona dei figli, da sottrarre alle insidie e ai pericoli.

2.    Prendi con te il bambino e sua madre. Giuseppe ubbidisce, prende il bambino e sua madre e li porta lontano dalla situazione di pericolo. Il re Erode, infatti, che doveva essere garante della vita del suo popolo, di fatto si è trasformato nel persecutore da cui fuggire. Anche oggi, la famiglia vive a contatto con pericolose e subdole insidie: sofferenza, povertà, prepotenza, ma anche ritmi lavorativi eccessivi, consumismo, indifferenza, abbandono e solitudine… Il mondo intero può presentarsi come ostile, avversario della vita dei più piccoli in molte forme. Ogni genitore vorrebbe rendere più facile il mondo, più abitabile ai propri figli e mostrare loro che la vita è buona e degna di essere vissuta.

LA  FAMIGLIA  ANIMA  LA  SOCIETA’

1.     Avete inteso che fu detto… Ma io vi dico. Perché educare i nostri figli alla generosità, all’accoglienza, alla gratitudine, al servizio, alla solidarietà, alla pace, e a tutte quelle virtù sociali così importanti per la qualità umana del loro vivere? Quale vantaggio ne traggono? La famiglia è la prima scuola degli affetti, la culla della vita umana dove il male può essere affrontato e superato. La famiglia è una risorsa preziosa di bene per la società. Essa è il seme dal quale nasceranno altre famiglie chiamate a migliorare il mondo.

2.     Siate figli del Padre vostro che è nei cieli. In famiglia si educa a dire «grazie» e «per favore», a essere genero e disponibili, a prestare le proprie cose, a dare attenzione ai bisogni e alle emozioni degli altri, a considerare le fatiche e le difficoltà di chi ci sta vicino.Nelle piccole azioni della vita quotidiana il figlio impara a stabilire una buona relazione con gli altri e a vivere nella condivisione. In famiglia s’insegna ai piccoli a prestare i loro giocattoli, ad aiutare i loro compagni a scuola, a chiedere con gentilezza, a non offendere chi è più debole, ad essere generosi nei favori. Per questo gli adulti si sforzano nel dare esempio di attenzione, dedizione, generosità, altruismo. Così la famiglia diventa il primo luogo dove si impara  il senso più vero della giustizia, della solidarietà, della sobrietà, della semplicità, dell’onestà, della veracità e della rettitudine, insieme a una grande passione per la storia dell’uomo e della città.

La famiglia costituisce la «prima e vitale cellula della società , perché in essa si impara quanto importante sia il legame con gli altri. In famiglia si avverte che la forza degli affetti non può rimanere confinata «tra di noi»,  ma è destinata al più ampio orizzonte della vita sociale. Vissuti solo entro il piccolo nucleo familiare gli affetti si logorano e invece di dilatare il respiro della famiglia, finiscono per soffocarlo. Ciò che rende vitale la famiglia è l’apertura dei legami e l’estensione degli affetti, che altrimenti rinchiudono le persone in gabbie mortificanti!

3.    Il Padre tuo… vede nel segreto. Tante famiglie aprono la porta di casa all’accoglienza, si prendono cura del disagio e della povertà altrui, oppure semplicemente bussano alla porta accanto per chiedere se c’è bisogno di aiuto, regalano qualche vestito ancora in buono stato, ospitano i compagni di scuola dei figli per fare i compiti… O ancora, accolgono un bambino che non ha famiglia, aiutano a mantenere il calore familiare laddove è rimasto solo il papà o solo la mamma, si associano per sostenere altre famiglie nelle mille difficoltà odierne, insegnando ai figli il reciproco sostegno con chi è diverso per razza, lingua, cultura e religione. Così il mondo è reso più bello e abitabile per tutti e la qualità della vita ne guadagna a vantaggio dell’intera società.

IL LAVORO E LA FESTA NELLA FAMIGLIA                                                                            

Il lavoro e la festa nella famiglia”,è il tema della quinta catechesi in preparazione all’incontro mondiale delle famiglie. Come testo biblico abbiamo il primo capitolo della Genesi: la creazione dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza di Dio,che “vide che era una cosa molto buona”  Dio gioisce per la sue creature. Ai suoi occhi, il lavoro appare come un capolavoro. Nel progetto di Dio il lavoro non è dunque un castigo, come ce lo fa capire il peccato originale (dopo il primo peccato, Dio dice all’uomo:”con dolore trarrai cibo dalla terra per tutti i giorni della tua vita; con il sudore del tuo volto mangerai il pane). Nel progetto di Dio il lavoro è un’ attività veramente umana, cioè degna dell’uomo e della donna.

C’è però un pericolo: far diventare il lavoro un assoluto, una schiavitù: non il lavoro deve sottomettere l’uomo, ma l’uomo attraverso il lavoro, è chiamato a “soggiogare” la terra (Gen 1,28).

Ecco allora la festa: il settimo giorno, il giorno del riposo, per gli ebrei il sabato, per noi cristiani la domenica, il giorno del Signore. Il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. Il lavoro riveste una grande importanza  per la realizzazione dell’uomo e lo sviluppo della società, ma al tempo stesso è indispensabile che l’uomo non si lasci asservire, schiavizzare dal lavoro, è indispensabile che l’uomo non renda un “idolo” il suo lavoro, pretendendo di trovare in esso, nel lavoro, il senso ultimo e definitivo della vita. E’ nel giorno consacrato a Dio che l’uomo comprende il senso della sua esistenza e anche dell’attività lavorativa. Il lavoro deve diventare una chiamata a partecipare all’opera di Dio, vero e proprio luogo di santificazione.

Dopo aver lavorato per sei giorni alla creazione del mondo e dell’uomo, il settimo giorno Dio si riposa. Il riposo di Dio ricorda all’uomo la necessità di sospendere il lavoro, perché la vita religiosa personale, familiare, comunitaria non sia sacrificata agli idoli dell’accumulo della ricchezza, dell’avanzamento della carriera, dell’incremento del potere. Non si vive solo di rapporti di lavoro, funzionali all’economia. Ci vuole tempo per coltivare le relazioni gratuite degli affetti familiari e dei legami di amicizia e parentela.
Creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26), l’uomo, come Dio, lavora e riposa. Il tempo sereno del riposo e gioioso della festa è anche lo spazio per rendere grazie a Dio, creatore e salvatore. Sospendendo il lavoro, gli uomini ricordano e sperimentano che all’origine della loro attività lavorativa vi è l’azione creativa di Dio. Riposando in Dio, gli uomini ritrovano anche la giusta misura del loro lavoro rispetto alla relazione con il prossimo. L’attività lavorativa è a servizio dei legami più profondi che Dio ha voluto per la creatura umana. Il pane guadagnato lavorando non è solo per se stessi, ma dona sostentamento agli altri con cui si vive. Le condizioni attuali di vita sembrano smentire ciò che sino a qualche tempo fa si immaginava. Ci si aspettava che il progresso tecnologico avrebbe aumentato il tempo libero. Invece, i frenetici ritmi lavorativi, i viaggi per recarsi al lavoro e tornare a casa, riducono drasticamente lo spazio di confronto e condivisione tra i coniugi e la possibilità di stare coi figli. Tra le sfide più ardue dei paesi economicamente sviluppati, vi è quella di equilibrare i tempi della famiglia con quelli del lavoro.    

Dobbiamo trovare un “giusto” equilibrio tra il tempo del lavoro e il tempo da dedicare alla famigliaNon mancano oggi tentativi che vanno in questa direzione come, per esempio, laddove è possibile e opportuno, l’orario part-time di lavoro o i permessi e i congedi compatibili con i doveri lavorativi, ma corrispondenti ai bisogni della famiglia. Anche la flessibilità degli orari può favorire il giusto equilibrio tra le esigenze familiari, legate soprattutto alla cura dei figli, e quelle del lavoro. Non soltanto il lavoro, ma lo stesso riposo festivo costituisce un diritto fondamentale e insieme un bene indispensabile per gli individui e le loro famiglie. L’uomo e la donna valgono più del loro lavoro: essi sono fatti per la comunione e per l’incontro. La domenica si configura pertanto non già come un intervallo alla fatica da riempire con attività frenetiche o esperienze stravaganti, bensì come il giorno del riposo che apre all’in­contro, fa riscoprire l’altro, consente di dedicare tempo alle relazioni in famiglia e con gli amici e alla preghiera. Comunque è qui che si gioca il futuro delle nostre famiglie; è qui che dimostriamo di essere cristiani veri e credibili.

IL LAVORO RISORSA PER LA FAMIGLIA

Il lavoro è una risorsa per la famiglia. Senza un lavoro facciamo fatica a vivere. Il lavoro è un modo di abitare la vita quotidiana. Il lavoro imprime uno stile alla vita della famiglia, a volte ne modifica anche i rapporti interni, non sempre in senso positivo. Infatti, ai nostri giorni, purtroppo – scrive il Papa – “l’organizzazione del lavoro, pensata ed attuata in funzione della concorrenza di mercato e del massimo profitto condiziona negativamente sulle scelte della famiglia, mina le relazioni tra i coniugi e con i figli, è fattore disgregante” . (Lettera del Papa Benedetto XVI per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie).

Ciò avviene, per esempio, quando il lavoro impegna eccessivamente i componenti della famiglia stessa, siano i genitori o i figli, “rubando” tempo per il dialogo e costringendo uno dei due coniugi, quasi sempre la moglie, a sobbarcarsi il peso della gestione familiare, oltre a quello del lavoro fuori casa e questo può essere causa di disgregazione della famiglia e con conseguenze negative sulla società. Ma anche l’assenza di lavoro e la precarietà lavorativa sono elementi che minano la famiglia, e anzi, ne impediscono la stessa formazione e consolidamento. Quanti giovani con lavori precari rimandano il matrimonio o, se sposati, rinunciano ad avere figli o rimandano a tempo indeterminato la scelta di averli. I rapporti poi rischiano di entrare in crisi, quando si è posti in cassa integrazione o mobilità, si subiscono licenziamenti, non ci sono prospettive di nuova occupazione. Il lavoro insomma influisce sulle famiglie, sui modelli stessi di famiglia, toccandone gli stili di vita. Non per tutti il lavoro è una risorsa per la famiglia.

Siamo comunque chiamati al “senso di responsabilità” verso la famiglia e il lavoro. All’interno della famiglia, a ciascuno dei suoi membri,(marito, moglie, figli), è chiesto di impegnarsi a far crescere i propri talenti. I doni e le doti personali sono nello stesso tempo, “una responsabilità” nei confronti di Dio e del prossimo. Qui Il pensiero va alla parabola dei talenti, dati a ciascuno affinchè siamo moltiplicati (cfr. Mt, 25, 14-30). Ogni persona è chiamata a “vigilare” costantemente per non cedere alla tentazione della pigrizia, venendo meno alle proprie responsabilità e trascurando gli impegni di lavoro. Dobbiamo svolgere il nostro lavoro con impegno e responsabilità. Tra le responsabilità della famiglia vi è anche quella di aprirsi ai bisogni degli altri, vicini o lontani che siano. Sapere che con il proprio lavoro si aiuta chi non ha il necessario per vivere rafforza l’impegno e sostiene nella fatica. Questo ci fa capire che tutto ciò che abbiamo ricevuto è grazia, è dono di Dio.

Dono e responsabilità” costituiscono il binomio dentro il quale si colloca il lavoro della famiglia e di ciascuno in essa. Tutti sono chiamati a riconoscere i doni ricevuti da Dio, a mettere i propri a disposizione degli altri e a valorizzare quelli degli altri. Ognuno è responsabile della vita degli altri: con il lavoro provvede al bene di tutti in famiglia e può anche contribuire a chi è nel bisogno. Il lavoro è una risorsa per la famiglia nel senso che è un sostentamento per la famiglia stessa e al tempo stesso un luogo in cui si esercita la solidarietà tra le famiglie e tra le generazioni. La famiglia è la prima “scuola di lavoro” per ogni uomo.

Vivendo così, gli affetti e i legami familiari si dilatano, fino a riconoscere in ogni uomo e in ogni donna un fratello e una sorella da amare e da aiutare, perchè tutti figli dello stesso Padre.

LA FESTA, LA DOMENICA TEMPO PER LA FAMIGLIA

L’uomo moderno ha creato il tempo libero e ha perso il senso della festa. Bisogna ricuperare il senso della festa, e in particolare della domenica, come “un tempo per l’uomo”, anzi un “tempo per la famiglia”. Ritrovare il cuore della festa è decisivo anche per umanizzare il lavoro, per dargli un significato che non lo riduca a essere una risposta al bisogno, ma lo apra alla relazione e alla condivisione: con la comunità, con il prossimo e con Dio.

Il settimo giorno è per i cristiani il “giorno del Signore”, perché celebra il Risorto presente e vivo nella comunità cristiana, nella famiglia e nella vita personale. È la pasqua settimanale. Dopo l’opera dei sei giorni, il riposo è il compimento dell’opera creatrice di Dio. Nel settimo giorno Dio “porta a compimento il lavoro che ha fatto”. Il settimo giorno è per Dio il momento del riposo e comunica la benedizione a tutta la creazione. Il settimo giorno custodisce il tempo dell’uomo, il suo spazio di gratuità e relazione.

La festa come “tempo libero” è vissuta oggi nel quadro del “fine settimana” che tende a dilatarsi sempre più e assume tratti di dispersione e di evasione. Il tempo del week-end, “del fine settimana”, soffoca lo spazio della domenica. Invece del riposo, si privilegia il divertimento, la fuga dalle città, e ciò influisce sulla famiglia. La stessa famiglia fa fatica a trovare un momento di serenità. La domenica perde la dimensione familiare: è vissuta più come un tempo “individuale” che come uno spazio “comune”. Il tempo libero diventa sovente un giorno “mobile” e corre il rischio di non essere più un giorno “fisso” per adattarsi alle esigenze del lavoro e della sua organizzazione. Non si riposa solo per ritornare al lavoro, ma per fare festa. È quanto mai opportuno che le famiglie riscoprano la festa come luogo dell’incontro con Dio e della prossimità reciproca.

La famiglia, deve scrivere nel suo stile di vita il senso della festa. L’incontro con Dio e con l’altro è il cuore della festa. La mensa della domenica, in casa e con la comunità, è diversa da quella di ogni giorno: quella di ciascun giorno serve per sopravvivere, quella della domenica per vivere la gioia dell’incontro. Il giorno del Signoredeve diventare anche un “giorno degli uomini”. Nelle nostre famiglie ci sia sempre questo “ settimo giorno”. Nelle nostre famiglie si viva la festa, la domenica come tempo per la famiglia.

LA FESTA, LA DOMENICA TEMPO PER IL SIGNORE, TEMPO PER LA COMUNITA’

Così dice Mons. Franco Giulio Brambilla Vescovo di Novara  in preparazione all’evento mondiale delle famiglie a Milano.

L’uomo moderno ha inventato il tempo libero, ma sembra aver dimenticato la festa. La domenica è vissuta socialmente come tempo libero”, nel quadro del “fine settimana” (weekend) che tende a dilatarsi sempre più e ad assumere tratti di dispersione e di evasione. Spesso il sabato e la domenica si trasformano in tempi di dispersione e di frammentazione. La sospensione dal lavoro è vissuta come pausa, in cui cambiare ritmo rispetto al tempo produttivo, ma senza che diventi un momento di ricupero del senso della festa, della libertà che sa stare-con, concedere tempo agli altri, aprirsi all’ascolto e al dono, alla prossimità e alla comunione. La festa come un tempo dell’uomo e per l’uomo sembra eclissarsi”     (articolo pubblicato su Avvenire-Milano 7 del 24/10/2010)

Il Cardinal Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani lunedi scorso così ha detto: Non possiamo tacere – anzi, lo ripetiamo con preoccupata convinzione –  il valore intrinseco della domenica, giorno nel quale non solo ci si riposa dal lavoro, ma la famiglia si ritrova insieme con ritmi più distesi, asseconda le proprie consuetudini e – se credente – partecipa con la comunità cristiana alla liturgia del Signore. Per tali valenze antropologiche, la domenica non può essere sacrificata a ragioni economiche.

Il giorno della Festa, della domenica, deve essere il giorno in cui l’uomo è chiamato a riposare dal lavoro quotidiano per dedicarlo al Signore; deve essere un tempo che permetta ad ognuno di curare meglio la vita familiare, culturale, sociale e religiosa, un tempo che consenta, poi, di affrontare più serenamente la settimana lavorativa. Occorre, in buona sostanza, umanizzare il tempo della Festa (come quello del lavoro, che dalla festa trae senso e significato) e fare in modo che si usi questo tempo, per dedicarlo alla famiglia e scoprire la gioia di vivere insieme la responsabilità educativa, per fare una sana passeggiata insieme, per andare a trovare parenti o amici (specialmente se ammalati), per partecipare a gesti di carità e di convivialità, mettendo, però, al centro della giornata festiva la Santa Messa, la cui celebrazione ci fa rivivere ogni volta l’infinito Amore di Dio per l’uomo, quell’Amore di Dio che è origine, senso e consistenza di ogni cosa.

Il giorno della Festa deve essere certamente dedicato anche al riposo settimanale, ma non può non essere dedicato soprattutto alla celebrazione della Liturgia Eucaristica, all’ascolto della Parola, all’esercizio della Carità. La domenica nasce comememoria” settimanale della risurrezione di Gesù, celebra la “presenza” attuale del Signore. Per sperimentare la “presenza” del Signore risortola famiglia deve lasciarsi illuminare dall’eucaristia domenicaleLa celebrazione della messa diventa il cuore vivo e pulsante del giorno del Signore, della sua presenza qui e oggi come Risorto. Nella domenica la famiglia trova il centro della settimana, il giorno che custodisce la sua vita quotidiana.

Partecipando alla messa, la famiglia dedica spazio e tempo, offre energie e risorse, impara che la vita non è fatta di soli bisogni da esaudire, ma di relazioni da esaudire, ma di relazioni da costruire. Nella messa la famiglia si alimenta alla mensa della parola e del pane, che dà sapore e senso alle parole e al cibo condivisi alla tavola di casa.

La memoria del Crocifisso risorto segna la differenza della domenica dal tempo libero: se non incontriamo Lui, la festa non avviene. L ’eucaristia della domenica fa la famiglia e la famiglia, nella comunità cristiana, fa in qualche modo l’eucaristia.

La famiglia deve essere gelosa non tanto della domenica come giorno libero, riposo collettivo, festa di popolo, ma soprattutto della domenica come “giorno del Signore”, cioè come giorno dell’assemblea eucaristica, da cui parte e verso cui converge in unità di tempo e di luogo, tutta la vita cristiana. L’Eucarestia domenicale deve essere la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana.

Il breve brano degli Atti degli apostoli che abbiamo letto ci ha offerto l’immagine delle prime comunità cristiane che vivevano la loro esperienza tra la casa e il tempio, tra la casa e la chiesa. Il giorno del Signore deve diventare il giorno della domenica vissuta assieme in famiglia, deve diventare il giorno della famiglia. Come i primi cristiani, pur vivendo tra mille difficoltà, come quella del divieto da parte dell’imperatore di celebrare l’eucarestia, celebravano ugualmente l’eucarestia domenicale nascondendosi sotto terra, così anche noi dobbiamo vivere e celebrare l’eucarestia come “pasqua settimanale”.

Termino dicendo con questi primi cristiani: ”senza l’eucarestia domenicale non possiamo vivere”.