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Un abbraccio nuovo. L’alleanza tra giovani e anziani secondo Papa Francesco (2° parte)

Oggi i giovani necessitano dei sogni degli anziani per avere speranza, per avere un domani. Dunque gli anziani e i giovani camminano assieme e hanno bisogno gli uni degli altri.

Quando Gesù bambino viene portato al Tempio è accolto da due anziani, che avevano raccontato i loro sogni: Simeone aveva «sognato» e lo Spirito gli aveva promesso che avrebbe visto il Signore. Simeone e Anna aspettavano la venuta di Dio ogni giorno, con grande fedeltà, da molti anni. Volevano vedere quel giorno: quell’attesa costante – nonostante, forse, la stanchezza e la frustrazione continuava a occupare tutta la loro vita.

Ecco: quando Maria e Giuseppe giunsero al tempio per adempiere alla Legge, Simeone e Anna balzarono in piedi e si mossero animati dallo Spirito Santo. Riconobbero il Bambino e scoprirono una forza interiore nuova che permise loro di rendere testimonianza. Simeone divenne poeta e intonò il suo Cantico. Anna divenne la prima predicatrice di Gesù, parlando del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. La mancanza di nonni capaci di essere come Simeone e Anna, invece, non permette alle giovani generazioni di avere visioni. E così rimangono ferme. Senza i sogni degli anziani i progetti dei giovani non hanno radici né saggezza, oggi più che mai, quando il futuro genera ansia, insicurezza, sfiducia, paura.

Solo la testimonianza degli anziani li aiuterà ad alzare lo sguardo verso l’orizzonte e verso l’alto, per scorgere le stelle. Già soltanto sapere che è stato possibile lottare per qualcosa per cui valeva la pena, aiuterà i giovani ad affrontare il futuro.

Che cosa chiedo agli anziani, che io definisco – con un’espressione che non esiste – i «memoriosi della storia»? Noi, nonni e nonne, dobbiamo formare un coro. Io vedo noi anziani come un coro permanente di un grande santuario spirituale, dove la preghiera di supplica e il canto di lode sostengono la comunità che lavora e lotta nel «campo» della vita. Ma chiedo loro anche di agire! Di avere il coraggio di contrastare in ogni modo la «cultura dello scarto» che ci viene imposta a livello mondiale. C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Proprio quando diventiamo anziani sperimentiamo le lacune di una società programmata sul parametro dell’efficienza.

Noi anziani possiamo ringraziare il Signore per i tanti benefici ricevuti e riempire il vuoto dell’ingratitudine che ci circonda. Non solo: possiamo dare dignità alla memoria e ai sacrifici del passato. Possiamo ricordare ai giovani di oggi, che si sentono eroi del presente, pieni di ambizioni e di insicurezze, che una vita senza amore è una vita arida. Possiamo dire ai giovani timorosi che l’angoscia del futuro può essere vinta. Possiamo insegnare ai giovani troppo innamorati di se stessi che c’è più gioia nel dare che nel ricevere, e che l’amore non si dimostra solamente a parole, ma con le azioni. È chiaro: noi anziani dobbiamo anche un po’ inventarci questo periodo della vita, perché la vecchiaia così com’è vissuta oggi è un fenomeno nuovo. Ma questo ci spinge a essere creativi.

E che cosa chiedo ai giovani? Provo pena per un ragazzo i cui sogni si spengono nella burocrazia. È come il giovane ricco del Vangelo. Se ne va triste, svuotato. Chiedo dunque ascolto, vicinanza agli anziani; chiedo di non mandare in pensione la loro esistenza nel «quietismo burocratico» in cui li confinano tante proposte prive di speranza e di eroismo. Chiedo uno sguardo alle stelle, quel sano spirito di utopia che porta a raccogliere le energie per un mondo migliore. Questo libro mi piace molto perché dà voce alle persone che hanno esperienza alle spalle: li fa parlare, comunica le loro esperienze. È stato bello anche contemplare le immagini dei loro volti. Ho provato a dialogare con alcuni di loro, come tra amici. Leggere le loro storie mi ha fatto bene. Affido questo libro ai giovani perché dai sogni degli anziani traggano le loro visioni per un futuro migliore. Per camminare verso il futuro serve il passato, servono radici profonde che aiutano a vivere il presente e le sue sfide. Serve memoria, serve coraggio, serve sana utopia.

Ecco cosa vorrei: un mondo che viva un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani.